Paesaggi pittoreschi:il Faro di S.Domino

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di Maria Teresa De Nittis

Il faro di San Domino, costruito nel 1921 si erge a Punta della Provvidenza sopra la grotta del Bue Marino. Era una costruzione classica della Marina Militare, alto 48 metri e mezzo, con una portata luminosa di 20 miglia marine, a ottica rotante, andava a carburo, acetilene disciolto; il fabbricato di fianco era il gasometro dove si mischiava il carburo con l’acqua e diveniva gas acetilene.

La strada,che partendo dal faro stesso scompare nel fittissimo bosco del Colle dell’Eremita, prosegue per circa due chilometri in una zona protetta ricca di biodiversità fino all’abitato di S. Domino; è tra gli itinerari più affascinanti dell’isola, conduce il camminatore sul pauroso appicco della Ripa dei Falconi, ideale rifugio delle diomedee e dei pochi falchi sopravvissuti (falco della regina, falco pellegrino e gheppio). La costa si fa mano a mano più alta coprendosi di macchia e di pineta, fino a toccare gli 85 metri sul mare, in un alternarsi di rocce nude a strapiombo e di sassaie ricoperte di piante di cappero, gialli fiori di elicriso e altre essenze erbacee adatte agli ambienti salmastri, e oltre il faro si apre la vista del versante pugliese e garganico.

 Generazioni di fanalisti tremitesi si sono alternati con le loro famiglie a guardia del faro di S.Domino: Giovanni Greco, Emilio, Enrico e  Menico Calabrese et al.

 Vi sono nessi e intrecci  familiari che ci legano ai luoghi e alla loro storia  e il faro dismesso, di San Domino ne è un esempio: nei suoi alloggi riecheggiò il primo vagito di più neonati. Il 6 febbraio del 1930 diede i natali a Lucia Pica, la decana più longeva e vivente di Tremiti, vedova di Salvatore Zanfrisco, figlia di Maria Carducci e Tommaso Pica, Capo Fanalista della Regia Marina, in seguito Podestà e primo Sindaco delle Isole Tremiti.

Il faro, in prospettiva di recupero, oggi semidemolito, è stato abbandonato dal novembre del 1987 anno in cui ci fu un’esplosione, durante la quale perse la vita uno dei due attentatori mentre tentava di innescare un ordigno potentissimo (il primo piano del piccolo edificio su cui si trovava il faro andò quasi completamente distrutto. Durante le indagini di questo “giallo tremitese” alcuni particolari contribuirono a gettare una luce inquietante sulla terribile vicenda. Innanzitutto la personalità dei due svizzeri ,  Jean Louis Nater (questo il nome del morto) 39 anni di Francoforte e Samuel Albert  Wampfler, 45 anni, entrambi pregiudicati che avevano pernottato e pagato in anticipo, spacciandosi per appassionati di pesca, da Jolanda e Peppino Sciusco, proprietari dell’ Albergo “La Bussola”e, dopo l’attentato, il ritrovamento di una sacca con cinquemila franchi svizzeri e banconote italiane per circa un altro milione di lire. Tutto questo avvenne a dieci giorni di distanza dalle minacce (poi smentite) di Gheddafi: il leader della Jhamairia che aveva ipotizzato una rivendicazione sulle Tremiti, in quanto, secondo le sue opinioni, popolate da discendenti delle famiglie libiche deportate nell’arcipelago nel 1911.

La grotta del Bue marino è sovrastata da un  appicco roccioso che strapiomba in mare formando un indescrivibile orrido. I crepacci di questo sito sono l’habitat naturale in cui si sviluppa la Diomedea, rara specie di palmipede, lontana discendente dei grandi Albatros. Vive prevalentemente nell’acqua, nutrendosi di pesci, calamari e gamberi che pesca con il potente becco uncinato, anche in immersione. Di notevole dimensioni l’apertura delle ali  (supera il metro) con le quali volteggia planando a pelo d’acqua per poi risalire con lenti e possenti battiti. La Diomedea si raduna in colonie tra le rocce solo durante il periodo dell’accoppiamento. A stormi volteggiano fino a sera lungo la costa per poi rientrare a terra dove trascorrere la notte. Il loro canto d’amore, rituale del corteggiamento è lungo e articolato: quello del maschio, basso e penetrante è simile al pianto di neonato; quello della femmina leggermente rauco. Le note gravi e lamentose di questi particolari uccelli marini da sempre hanno suggestionato e fatto fantasticare gli uomini che lo hanno ascoltato nelle notti illuni sulla Ripa dei Falconi. Sulle pareti si rilevano incise numerose firme e date, presumibilmente del periodo Regio Piemontese. In questa grotta è presente il fenomeno della luminosità perchè la profondità non supera mai i 3 metri; ciò favorisce il riemergere suggestivo della luce del sole che, avendo attraversato le acque basse nella cavità ne tinge di azzurro le pareti. La foca monaca( Monachus monachus, Pinnipidi-Focidi, lunghezza 3 m., peso 300 chilogrammi) si riproduceva nel buio di questa grotta. Ad anni alterni nasceva un solo piccolo che veniva seguito per alcuni anni dalla madre che gli insegnava i trucchi per cacciare pesci e crostacei. Alcuni esemplari isolati si possono ancora vedere transitare lungo le coste della sardegna. Si contano sulle dita di una mano le foche che ancora frequentano i nostri mari per il triste primato del mammifero che corre maggioi pericoli d’estinzione in Italia e in Europa. L’inquinamento e una pesca distruttiva rischiano di far scomparire definitivamente l’unica specie di foca che abbiamo. Un grande progetto è stato attivato già da molti anni dal WWF per creare aree costiere riservate alla foca e per diffondere attraverso filmati, mostre e centri di educazione la richiesta d’aiuto di uno dei mammiferi più rari al mondo che gli anziani pescatori tremitesi, si vantavano un tempo di avvistare in fondo alla grotta del Bue Marino oppure nelle vicinanze.

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Galleria fotografica:

Maria Teresa De Nittis,  Le stagioni del faro (acrilici su tela Stromboli 100℅ cotone, preparazione a gesso. Acid free, Made un Italy, 20x20x3.8 gr 380g) – marzo 2025 

Il faro di San Domino, foto storica datata 1913